26/07/2003
genocidio
È di ieri la notizia (ripresa da www.arabmonitor.info e soltanto in serata dalle reti nazionali) che un bambino palestinese di cinque anni, Mahmud Qabha, è stato ucciso a un posto di blocco israeliano, nel nord della Cisgiordania. Fonti ufficiali dicono che si sarebbe trattato di una tragica fatalità: «dalla mitragliatrice di un blindato israeliano sarebbero partiti "accidentalmente" svariati colpi che, oltre a uccidere il bimbo, hanno ferito le sue due sorelline, una delle quali, di sei anni, versa ora in gravissime condizioni. I tre bambini sono stati raggiunti dai proiettili mentre si trovavano a bordo della macchina del padre».
Certo che è incredibile: in Israele, ogni volta che qualcuno si distrae e parte un colpo non c'è pericolo che vada perso. Becca sempre qualcuno, e preferibilmente gente giovane — molto giovane. Bambini.
Bambini che non diventeranno mai uomini o donne, che non lavoreranno mai la loro terra, che non avranno mai figli e soprattutto (perché è a questo che pensano gli israeliani) che non andranno mai a ingrossare le fila dei combattenti per la liberazione della Palestina. Bambini che resteranno consegnati per l'eternità alla loro fragile condizione infantile, pochi anni di timori e speranze buttati via in un attimo per quella "tragica fatalità" che così spesso si verifica nei territori occupati da Israele.
Uccidere i vecchi è una vigliaccheria, uccidere le donne può essere, nell'allucinata logica della guerra, una scelta strategica. Ma uccidere i bambini è il più odioso dei crimini: è genocidio. Perché uccidendo un bambino si uccidono le speranze di un popolo, si impedisce che la sua memoria venga perpetuata, si annienta l'immensa potenzialità racchiusa in ogni individuo.
È contro questo che bisogna battersi, e pensare alla lotta, dopo le lacrime. Io ho già finito di piangere.
26/07/2003
Il senso della misura
Il senso della misura è una cosa che gli americani sembrano aver perso — o non aver mai avuto — a giudicare dalle notizie che arrivano giornalmente dagli States. Sentite questa, letta ieri su www.arabmonitor.info:
A Rumsfeld le fotografie sono piaciuteWashington, 25 luglio - Donald Rumsfeld si è detto soddisfatto della decisione di aver fatto pubblicare le foto dei cadaveri dei figli di Saddam Hussein. "La brutale carriera dei due è terminata. Un segnale chiaro è stato inviato agli iracheni che la famiglia Hussein è finita e non tornerà più a terrorizzarli... Le forze della coalizione continueranno a catturare e a uccidere i resti del precedente regime". Ad ascoltare il capo del Pentagono, si ha la sensazione di avere a che fare con un caso clinico.
Questo fatto di "continuare a catturare e uccidere i resti" mi fa venire in mente il dottor Hannibal Lecter, e forse piacerebbe a Patricia Cornwell e a Jeffery Deaver, chissà... Insisto sulla necessità del ricovero.
E che mi dite di quest'altra?
CONDANNE FRA 30 E 41 MESI PER PROTESTA CONTRO BASE MISSILISTICA Denver, 26 lug. - (Adnkronos/Dpa) - Tre suore cattoliche americane sono state condannate a pene carcerarie fra 30 e 41 mesi per aver partecipato ad una manifestazione pacifista in una base missilistica nel Colorado. L'accusa aveva chiesto sei anni di carcere. In aprile il tribunale aveva riconosciuto colpevoli le tre religiose di aver causato danni per mille dollari e aver interferito con la difesa nazionale. Le suore erano penetrate in ottobre in una base presso Greeley (Colorado) per protestare contro la guerra in Iraq e avevano tracciato croci con il loro stesso sangue sui silos che ospitavano i missili Minuteman. Poi avevano picchiato contro i silos con un normale martello.Non mi riesce neanche di fare un commento adeguato, perché la cosa mi sembra davvero enorme. Se ci si deve aspettare una manifestazione da una suora, non c'è da stupirsi se sarà di tipo pacifista — danni a cose, voglio dire (le crociate sono finite da un pezzo, e non mi risulta che le suore abbiano mai avuto parte nei meccanismi inquisitoriali). Mi chiedo se si possa sbattere in galera per 30/41 mesi una persona colpevole di aver preso a martellate un silos dopo averlo imbrattato di sangue (il proprio, fra l'altro). Ma trattandosi di giustizia americana, probabilmente sì.
Il che, capirete, mi preoccupa un po'. Perché gli Stati Uniti si stanno allargando davvero un po' troppo, per i miei gusti: e io, che pure sono un tantino anticlericale, mi chiedo se — con questa smania di americanizzare tutto che hanno i nostri allegri governanti — un domani non si arriverà magari ad arrestare un prete perché dice "la pace sia con voi". Non si sa mai.
25/07/2003
Criminali di guerra
Una delle notizie più interessanti ma meno pubblicizzate di oggi è che la Corea del nord ha simbolicamente riconosciuto colpevoli come criminali di guerra il presidente americano George Bush e 10 suoi predecessori fino a Harry Truman, a due giorni dal cinquantesimo anniversario dell'armistizio che pose fine alla sanguinaria guerra di Corea, il 27 luglio 1953. Un tribunale internazionale sui crimini americani in Corea «appoggiato da organizzazioni democratiche internazionali, organizzazioni pacifiste, avvocati e esponenti di spicco a livello mondiale», come ha reso noto l'agenzia di stampa ufficiale Kcna di Seul, ha incriminato «in contumacia 11 presidenti degli Stati Uniti dopo averli riconosciuti colpevoli di reati contro il popolo coreano». Non sto qui a fare un'impossibile "breve storia della guerra di Corea": mi limito a ricordare che la guerra scoppiò il 25 giugno 1950 con l'invasione del Sud, voluta dall'allora leader nordcoreano Kim Il Sung, e fece oltre 2 milioni di vittime al Nord e al Sud — cifra che comprende anche 900.000 volontari cinesi accorsi a fianco del Nord e oltre 50.000 soldati americani intervenuti in difesa del Sud. Si concluse il 27 luglio 1953, come si è detto, con un fragile armistizio tuttora in vigore che non spostò di una virgola l'assetto prebellico. Naturalmente gli Stati Uniti giustificarono il loro intervento dietro la nobile facciata della difesa di valori sacri come la libertà, l'autodeterminazione dei popoli e la democrazia: lo fanno sempre. E naturalmente, non appena vi misero piede, impiantarono nella "loro" Corea una dittatura militare strettamente legata al mondo degli affari sia locale che americano — situazione che si protrae tuttora e che ha impedito praticamente fino al 1990 una libera consultazione elettorale. Dicevo prima dell'interesse rivestito da questa notizia: e mi riferisco al fatto che la presa di posizione della Corea del Nord controbilancia, almeno in parte, il recente calamento di brache del Belgio nei confronti di Israele. Meno male che ogni tanto qualcuno ha l'ardire di sfiorarli, questi intoccabili: che credono di godere dell'intangibilità dell'Arca, e forse finiranno come dei paria. La Storia è lunga, e se talvolta si ripete talaltra riserva delle sorprese.
24/07/2003
Non c'è limite al peggio?
«Non c'è limite al peggio» è una vecchia frase che ho sempre ritenuto un po' retorica, ma dopo aver letto le notizie di oggi credo che dovrò rivedere il mio giudizio.
Forse a qualcuno è sfuggito, ma in un'intervista alla Cnn riportata oggi da ''Repubblica'' l'ex presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton, ha affermato: «Penso che la Casa Bianca abbia fatto la cosa giusta nel dichiarare: "Ok, forse non avremmo dovuto dire quella frase". Ma ora dovremmo concentrarci sul punto a cui siamo arrivati, e quale sia la cosa giusta da fare adesso per l'Iraq». E va bene. Cane non mangia cane, e l'ex presidente appoggia l'operato del presidente in carica. Perché no?
Ma poi Clinton esagera, e mostrandosi più realista del re dichiara, con un pessimo gusto che finora era stato appannaggio esclusivo dell'unico inimitabile Bush jr., quanto segue: l'uccisione dei due figli di Saddam Hussein «è un'ottima notizia, ci aiuta a tenere meglio sotto controllo la situazione». E prosegue: «Sono lieto che i nostri soldati abbiano portato a termine questo incarico, come fanno sempre, del resto» per poi concludere: «Credo che quei tipi siano stati abbastanza stolti a non consegnarsi, ma questo non è certo il loro primo errore stupido».
Ora, "quei tipi" sono, per chi si fosse distratto, Uday e Qusay Hussein, i due figli di Saddam Hussein morti ammazzati l'altro ieri in uno scontro a fuoco a Mosul. E "quei tipi" non avevano abbandonato il Paese, ma erano rimasti lì, a casa loro, fra la loro gente — non come certi sovrani di casa nostra, tanto per intenderci. E sono morti con le armi in pugno.
Ma già, gli americani queste cose non le capiscono. Loro preferiscono quando il nemico si consegna vivo, così possono infliggergli ogni umiliazione, calpestare ogni suo diritto, processarlo e condannarlo in un delirio inquisitorio che esalta i fanatici, infiamma i tiepidi e tacita gli ignavi.
Preferiscono ancora di più quando possono fare giustizia sommaria, come ai bei tempi del vecchio West, icona principe del ristretto immaginario individuale del cow-boy Bush. E non si fermano davanti a nulla: leggo da www.arabmonitor.info di oggi la seguente notizia:
Poco chiare le circostanze dell'uccisione del figlio di Qusay
Baghdad, 23 luglio - [...] sono poco chiare invece le circostanze in cui sarebbe morto il figlio quattordicenne di Qusay, che era insieme al padre. Dopo che gli americani hanno lanciato dei missili anticarro sulla casa, il fuoco dall'interno era cessato: le truppe hanno fatto irruzione nella sezione della villa, al secondo piano, dove si erano barricati Qusay e Ouday, trovandosi davanti un ragazzino ancora vivo. Secondo la versione che fa comodo ai militari statunitensi, il giovane avrebbe aperto il fuoco sui soldati, che lo avrebbero ucciso, ma secondo un'altra ricostruzione, il ragazzino sarebbe stato ucciso a sangue freddo, vicino al corpo del padre.
Sarò malpensante, ma chissà perché mi sembra più attendibile l'"altra ricostruzione". A spulciare la storia degli Stati Uniti da un secolo a questa parte ci si imbatte in tali e tante turpitudini da far sembrare il Maramaldo un impeccabile gentiluomo. E adesso, con l'attuale amministrazione che il ministro degli Esteri iraniano ha definito senza mezzi termini "banda di gangster", alla naturale arroganza di questi bambinoni che han preso poche sberle da piccoli si aggiunge anche la convinzione — questa sì veramente fondamentalista — di essere gli artefici di un grandioso disegno divino etc. etc.
Tant'è che ieri, parlando alla stampa nel Giardino delle rose della Casa Bianca — e affiancato dai soliti Donald Rumsfeld (segretario alla Difesa), Paul Bremer (amministratore americano dell'Iraq) e Richard Myers (generale, comandante delle forze armate Usa) — George W. Bush ha lanciato un appello alla comunità internazionale perché contribuisca alla ricostruzione e alla stabilizzazione dell'Iraq: «Sollecito le nazioni del mondo a contribuire militarmente e finanziariamente al compimento della visione della risoluzione 1483 del Consiglio di sicurezza dell'Onu per un Iraq libero e sicuro», ha detto Bush assicurando che gli Usa «hanno una strategia complessiva per traghettare l'Iraq in un futuro che sia sicuro e prospero». Certo, come no...
Premuroso, Bremer gli ha riferito la strategia per «accelerare i progressi» verso un rapido ritorno alla piena sovranità dell'Iraq e ha delineato «un piano di azione complessivo per portare maggiore sicurezza, servizi essenziali, sviluppo economico e democrazia al popolo iracheno». E Bush, per rinsaldare la fiducia degli iracheni e del mondo intero nelle magnifiche sorti e progressive del nuovo Iraq, ha pensato bene di ricordare l'uccisione dei due figli di Saddam Hussein, definendoli "due boia", «responsabili delle torture, delle menomazioni e delle uccisioni perpetuate nei confronti di innumerevoli iracheni». Mi piacerebbe sapere come definirebbe, Bush, i dittatorelli piazzati strategicamente dalla Cia qua e là per il mondo a tutelare gli interessi della "nazione sotto Dio".
Fortunatamente per il resto del mondo, però, i grandi States non possono prevedere tutto. E invece che con mazzi di fiori e festeggiamenti, i soldatini dello zio Sam vengono accolti a fucilate. Sta' un po' a vedere che i concetti di liberazione e democrazia non sono gli stessi ovunque... Proprio stamattina, tre uomini della 101ª Divisione Paracadutisti dell'esercito degli Stati Uniti sono stati uccisi in un attacco sferrato con un razzo esplosivo seguito dal fuoco di armi di piccolo calibro. Così sale a 158 il numero dei caduti statunitensi in Iraq: undici in più che durante la Guerra del Golfo del 1991. Va detto che il bilancio delle vittime non è però ufficiale e aggiornato: recentemente, infatti, il Pentagono ha rivisto le cifre e ha rivalutato alcuni episodi di di fuoco ostile, senza contare gli incidenti e il micidiale fuoco amico — che dall'inizio del conflitto avrebbero fatto almeno 79 vittime. Su queste basi, il conteggio totale ufficiale dei caduti statunitensi sarebbe dunque di 234, 96 dei quali (39 per fuoco ostile, 57 per fuoco amico o incidenti) dopo il 1° maggio 2003, quando il presidente George W. Bush annunciò la fine delle ostilità o almeno delle principali operazioni belliche.
Ovviamente questo non è e non dev'essere, per nessuno, motivo di consolazione o di sollievo. Ma che almeno ci si lasci qualche speranza, in attesa del peggio che verrà.
23/07/2003
Senza vergogna
Dalla periferia dell'Impero, 23 luglio 2003
È ufficiale: i due figli di Saddam Hussein, Uday e Qusay, sono rimasti uccisi ieri sera in un conflitto a fuoco con le truppe d'occupazione americane nei pressi di Mosul, in Iraq.
Scarni ed essenziali i commenti degli artefici di questa guerra, inutilissima fra le guerre inutili: Bush jr. si è detto "soddisfatto" alla notizia della morte dei due pericolosi eredi di tanto padre, e ha aggiunto che la loro "uscita di scena" ("morte" e concetti correlati sono considerati politically uncorrect negli Usa) dovrebbe rassicurare gli iracheni che il regime di Saddam «se n'è andato e non tornerà più».
Meno brutale (ma si sa, gli inglesi vantano una lunga tradizione diplomatica) Tony Blair, che questo evento solleva un poco dalla palude in cui l'ha sprofondato lo scandalo Kelly: la morte dei figli di Saddam segna «un grande giorno per un nuovo Iraq».
Del resto lo dice anche il Vangelo che le colpe dei padri ricadono sui figli, no? La devota coscienza di Bush e dei suoi è a posto. Molte altre, per fortuna meno devote, no.
22/07/2003
In che mani...
Dalla periferia dell'Impero, 20 luglio 2003Siamo tutti qui che ci preoccupiamo di Bush e della sua corte — Rumsfeld, Powell, Rice, Wolfowitz, Perle etc. e, oltreoceano, Blair — e invece perdiamo di vista i personaggi più interessanti. Per esempio, che cosa sapete di Karl Rove, il «mitico guru che ha inventato a tavolino la straordinaria carriera politica di George W. Bush, il presidente rozzo, incolto e impreparato cui nessuno, fino a qualche anno fa, avrebbe dato un centesimo di credito», come dice Alessandra Farkas su "Sette" del 10 luglio? Probabilmente non molto, proprio come me che ho scoperto il tipo leggendo questo illuminante articolo. E trasalendo. Perché quello che mi ha colpito non è stato tanto sapere che Rove non si è mai laureato (cosa che negli States ha la sua importanza) eppure è arrivato lo stesso ai vertici del potere; né che sia lui a gestire veramente la politica interna e quella estera degli Stati Uniti condizionando gli equilibri planetari. No. Quello che mi ha folgorato è che (come riferisce sempre Farkas) «"Karl Rove ha voluto che ogni anno venisse celebrato il Giorno del Gelato, nell'Ala ovest dell'edificio presidenziale", racconta un membro del suo staff. Così per un'intera giornata si va avanti a sorbetti e snack cremosi». Forse abbiamo sbagliato tutto. Forse non dovremmo combatterli, dovremmo ricoverarli.
22/07/2003
Tutti i salmi finiscono in gloria
Tel Aviv, 22 luglio 2003
Si apprende dal quotidiano israeliano "Jerusalem Post" che Israele non considera più l'Iraq come uno Stato nemico con cui è vietato avere relazioni economiche e commerciali: lo ha reso noto nella tarda serata di ieri il ministro del Tesoro israeliano Netanyahu, firmando un'ordinanza che cancella provvisoriamente l'Iraq dalla lista dei Paesi nemici. La disposizione ha validità di un anno, al termine del quale verrà di nuovo valutata. Scopo dichiarato dell'ordinanza ministeriale è permettere agli uomini d'affari israeliani di partecipare ai lucrosi piani di ricostruzione dell'Iraq. Insomma, business is business.