18/11/2003
Italiani brava gente?
Impossibile guardare la televisione, oggi. In un tripudio di lacrime, fiori e ovvietà, l'Italia ridivenuta all'improvviso benpensante e patriottica si stringe intorno ai suoi martiri, ai suoi eroi, alle vittime del suo 11 settembre.
Mi sembra eccessivo. Al di là del giusto momento di riflessione che ogni morte dovrebbe suscitarci ("non chiedere per chi suona la campana...", cantava John Donne), credo che sarebbe opportuno non dimenticare che gli italiani morti a Nassiriya non erano civili impegnati in una missione umanitaria: erano soldati volontari, mercenari, impegnati in una missione parabellica al fianco di un esercito occupante in un paese illegittimamente privato della sua sovranità. Giravano in divisa, ed erano armati. Non sono stati colpiti in borghese o in libera uscita: è stata assaltata la sede del loro comando. C'è una bella differenza.
Ma gli italiani, si sa, per definizione sono brava gente. Hanno le mamme, loro, e le fidanzate. Tengono famiglia. Direi che non sono gli unici, ma forse le loro mamme e le loro fidanzate (per non parlare di figli, padri, fratelli, consanguinei, collaterali e affini) soffrono di più e meglio. Questo repellente narcisismo del dolore non ha nulla da invidiare al turpe copyright della sofferenza che si accompagna inevitabilmente al concetto di Olocausto. Come soffrono gli ebrei... come soffrono gli italiani... nessuno mai. Peccato che su questi assiomi posticci si fondino e si reggano ahimè benissimo certe cattedrali ideologiche che hanno avvelenato gli ultimi cinquant'anni del XX secolo e che promettono d'inquinare ancora peggio il XXI secolo.
Soprattutto se fra gli intellettuali di casa nostra ci si trova ad annoverare quel bottegaio del pensiero-un-tanto-al-chilo che è il filosofo (!) Stefano Zecchi. Il quale, sul "Giornale" di domenica 16 novembre, assimila il gesto compiuto dai soldati italiani di dare le caramelle ai bambini con la pietas romana che da sempre contraddistingue l'umanissimo popolo italiano eccetera. Non mette conto soffermarsi sulla retorica e un tantino demagogica ovvietà del concetto. Mi chiedo invece perché, in tutto questo bailamme mediatico che ci assorda e c'intontisce da giorni, nessuno abbia tirato in ballo la bella e grave parola "responsabilità". E perché il concetto di responsabilità collettiva, invocato spesso, volentieri e talvolta a sproposito ma immancabilmente quando si parla del popolo tedesco e di Auschwitz, non possa venire applicato anche alla presente italica situazione.
Perché l'Italia è tra i paesi che sottoscrissero l'embargo all'Iraq seguendo pedissequamente le decisioni prese dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu all'indomani dell'invasione del Kuwait il 6 agosto 1990, confermate nell'aprile 1991 a guerra finita e tuttora in vigore. Pedissequamente, perché è fuor di dubbio che l’atteggiamento dell’Italia nei confronti delle sanzioni all’Iraq è stato caratterizzato da una totale e colpevole mancanza di autonomia (usiamo un eufemismo, abbiate pazienza) e, in definitiva, di coraggio: c'è un modo più diretto per dirlo, ma non sarebbe elegante. Governo e Parlamento si sono sempre nascosti dietro il dito protettivo della “comunità internazionale”, uniformandosi senza il minimo accenno di spirito critico alle decisioni altrui e in particolare a quelle degli Stati Uniti. E quando dalle sanzioni economiche si è passati al massacro dei civili, i governi italiani succedutisi dal 1990 hanno sempre mostrato una tranquilla indifferenza per le sofferenze inflitte agli iracheni: vale la pena ricordare che, nel marzo 1999, l’associazione “Un Ponte per…” e il “Comitato Golfo” hanno denunciato al Tribunale di Roma i diversi presidenti del consiglio succedutisi, fino a Massimo D’Alema incluso, per complicità con il genocidio. Ancora agli inizi del 2001, l'allora ministro degli Esteri Lamberto Dini, in un'intervista al quotidiano cattolico "Avvenire" (14 gennaio), esprimeva la “preoccupazione” dell’Italia per le «conseguenze di dieci anni di applicazione di sanzioni economiche, che hanno portato ad un forte deterioramento delle condizioni della popolazione irachena», salvo poi correggere il tiro in occasione di una visita a Washington: il 22 febbraio, infatti, dichiarava alle agenzie che «L’Italia, come gli altri paesi europei, continua a considerare Saddam Hussein un pericolo per la sicurezza della regione». Nel frattempo, e per la precisione il 16 febbraio 2001, missili anglo-americani, lanciati durante bombardamenti al di fuori della no-fly zone, avevano colpito gravemente la città di Baghdad, facendo numerose vittime fra la popolazione civile. Per l'occasione si levarono numerosissime voci internazionali di condanna, e persino qualcuna governativa. Ma l'Italia, ça va sans dire, tacque ostinatamente e omertosamente.
Come ha taciuto quando Berlusconi e il suo governo (che sarebbe da burla se non fosse tragico) si sono schierati prontamente e ciecamente (perinde ac cadaver, direbbero i gesuiti) al fianco di Bush jr., non sembrando vero al peggiore statista italiano del XX e fors'anche del XXI secolo (ma non ipotechiamo il futuro) di poter trattare da pari a pari col presidente degli Stati Uniti. Il risultato, eccolo.
Nonostante l'opposizione, manifestata da più parti e da voci autorevoli, contro il criminale intervento americano in Iraq e contro il dissennato appoggio all'odiosa invasione dato dall'Italia, si è deciso di partecipare alla gioiosa macchina da guerra messa in piedi dagli angloamericani: e i nostri soldatini sono partiti per l'antica Mesopotamia ridotta a brandelli dalla civiltà occidentale — c'è ancora qualcuno fiero di essere europeo?
Un vecchio detto recita, più o meno: chi non impedisce che il male sia fatto è come se l'avesse fatto lui stesso. Ora, l'Italia non l'ha impedito, il male fatto all'Iraq. Anzi se ne è fatta complice, garante e sodale. E proprio per questo la presenza dei soldati italiani in Iraq è ancora più odiosa perché vigliacca: non si è partecipato alle operazioni belliche, ma si è aspettato che tutto fosse per così dire tranquillo prima di presentarsi con le uniformi stirate, le facce sorridenti e le tasche colme di caramelle.
Ragazzi miei, liberatori immaginari, siete stati anche voi con la vostra scelta di militari ad avallare i bombardamenti, l'embargo, l'invasione americana. Ora non potete sottrarvi al giudizio delle genti: se anche uno solo di voi, in divisa e in nome dell'esercito italiano e dell'Italia, avesse fatto scudo col suo corpo alle bombe americane, l'episodio di Nassiriya sarebbe magari assimilabile, con un po' di buona volontà, a un atto di vile terrorismo. Ma nessuno di voi era a Baghdad, quando gli aerei americani sganciavano il loro carico di morte — oggi essere retorici è permesso. È troppo comodo andarci ora, a Baghdad, e sperare che quei suscettibili indigeni se la prendano soltanto con gli americani tutti muscoli e niente cervello. La responsabilità di quello che è accaduto e ancora accade è anche vostra, ragazzi in divisa; vostra e del vostro governo, del vostro paese che vi siete impegnati a servire quando avete pronunciato quel giuramento che ha commosso le vostre mamme e le vostre fidanzate. E in quel giuramento c'era anche la promessa di far piangere altre mamme e altre fidanzate, per chissà quali e quante guerre che non appartengono a voi, ma ai vostri padroni.
L'Iraq, invece, combatte per la sua libertà. Molti hanno già deciso da che parte stare.
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