09/07/2003

Sperando nel caos

Diciamo che ho preso una vacanza. O una pausa di riflessione. Insomma non ho scritto una riga che è una per un sacco di tempo. Ecchissenefrega?, dirà qualcuno. Vero, ma siccome so per certo di avere almeno un lettore volevo metterlo al corrente della cosa.

Ora, con la coscienza a posto, riprendo a guardarmi in giro. E vedo che gli Stati Uniti chiedono aiuto (?) all'Onu, alla Nato, alla vecchia Europa tutti in una volta sola perché qualcuno li aiuti a cavare le castagne dal fuoco. Loro hanno voluto andare in Iraq, loro hanno voluto tirar su quel bel casino, e adesso che se lo smazzino loro. Scusate la brutalità, ma non voglio neanche stare a specare troppe parole per esprimere in modo forbito lo steso concetto. Non so se l'Iraq del dopo-Saddam sarà davvero un altro Vietnam per gli americani. Mi piacerebbe. Però so che se Onu-Nato-Ue abboccano un'altra volta, finiremo davvero per vivere tempi anche troppo interessanti — per dirla con una bella e di solito incompresa maledizione cinese.

In questi ultimi giorni ho sentito parlare di globalizzazione "positiva", da opporre a quella "negativa" incarnata dagli americani. Per quanto mi riguarda, io credo fermamente che qualunque globalizzazione, da qualunque parte provenga, sia per ciò stesso altamente negativa: è l'idea stessa di un mondo indifferenziato in cui tutte le vacche sono nere e impera un unico modello socioculturalpoliticoeconomico a terrorizzarmi, perché la fine delle differenze è la fine della storia. Se io e te abbiamo qualcosa su cui discutere, il tempo passa, noi proviamo delle emozioni, ci scambiamo informazioni e comunque alla fine qualcosa di noi sarà mutato. Ma se le nostre posizioni coincidono, finiremo per tacere, il tempo si fermerà, non ci sarà interscambio e resteremo gli stessi, su posizioni immutabili e immobili. E l'immobilità è l'anticamera della morte. Sembra banale, ma provate a pensarci.

Spero con tutto il cuore che Onu-Nato-Ue non ci caschino. Che non si facciano prendere nella trappola della globalizzazione buona "europea" o "eurocentrica" in grado di opporsi con successo alla globalizzazione cattiva degli Usa. Che non commettano un'altra volta l'errore di rendersi complici degli americani nel loro folle progetto di conquista del mondo. Ma non ci conto molto. Il capitalismo (o il turbocapitalismo che dir si voglia) oggi e da tempo non è più soltanto una modalità economica, ma è diventato una civiltà — un paradigma, una griglia interpretativa attraverso cui passa necessariamente il vissuto di ogni creatura su questa terra, umana animale e vegetale. Disconoscere questo va di pari passo col cianciare di sviluppo sostenibile, sostenere forzatamente le economie emergenti, esportare democrazia e format televisivi: in una corsa forsennata e dissennata all'uniformità planetaria che significherà appiattimento, poi stagnazione e poi ancora, da ultimo, putrefazione — in fisica questo processo si chiama entropia.

Ci vorrebbero degli Stati. Stati sovrani, forti, realmente in grado di assicurare ai loro cittadini sicurezza e sussistenza. Oggi abbiamo colonie e viceregni, che vessano i propri sudditi a maggior gloria di un impero debosciato e sanguinario. La democrazia snaturata dal suo contesto originario, la democrazia allargata, prosciugata di senso civico e imposta dall'alto come modello del più forte sta dimostrando oggi tutta la sua debolezza. Ha fallito. Non bisogna dirlo? Non bisogna togliersi i paraocchi? Si vuole far finta di vivere ancora nel migliore dei mondi possibili? Leibniz lo diceva quasi trecento anni fa, e forse nel frattempo qualcosa è cambiato.

Gli Usa e l'Iraq, dunque. Qualcosa è andato storto. Eppure erano state fatte tutte le previsioni, tutti i calcoli... Addirittura, il generale Franks diceva che ci sarebbero voluti esattamente 125 giorni dalla fine delle principali operazioni militari per riportare il Paese alla normalità... Be', qualcosa è andato storto lo stesso. E probabilmente nessuno ha preso in considerazione l'eventualità di un piano B. Perché fatti tutti i calcoli, prese tutte le misure e analizzate tutte le ipotesi, ci si è dimenticati di qualche minuscola, deliziosa variabile impazzita che ha inceppato il mirabile meccanismo. Il mondo non è un orologio, e non c'è nessun Grande Orologiaio: non c'è posto per le previsioni, ed è dal mutevole caos in movimento che può nascere qualcosa, non certo dall'ordine fisso e immutabile.

Forse qualcuno risponderà all'appello degli Stati Uniti. O forse no. O forse non nel modo in cui se lo augura Washington. Cambia il tempo, le persone muoiono, ci sono le onde anomale, si verificano incidenti nelle fabbriche, qualcuno vince una lotteria e qualcun altro perde il posto di lavoro, i treni deragliano — è la vita, bellezza. O forse è il caos. Per adesso, gli americani in Iraq non hanno vita facile. Per adesso nessuno sa come andrà a finire. Io incrocio le dita.


di alphakappa | 09/07/2003

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